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Il rumore dei miei pensieri come quello delle fragili foglie secche sparse copiose in un parco… Non posso muover passo senza calpestarle e romperle sotto il peso dei miei passi, costretto ad esserne cosciente dal loro crepitare mentre si sbriciolano inesorabilmente…

Sono ubriacato dal continuo pulsare dei pensieri che lampeggiano come lampadine di natale impazzite, senza alcuna sequenza logica…

Sono disorientato come un ago di bussola accanto ad un campo magnetico: vorrei fare il punto, ma le stelle sono spente e navigo a vista nel buio ossessivo di un mare nero ed insidioso…

Non è il chiarore dell’alba di un nuovo giorno che abbraccia la mia mente, ma la sardonica fluorescenza velenosa di un caos babelico…

Troppe note alte troppi acuti, il tempo di prestissimo che scandisce il ritmo di questa tammurriata stonata…

Cerco il verde dei prati e il profumo dei fiori…

Cerco l’azzurro intenso e definitivo di un cielo terso che mi abbracci, e veder volare via i pensieri come nuvole lontane…

I confini della mia testa come i tetri muri grigi di una prigione senza sbarre e senza finestre…

Ma arriverà il tempo per evadere e fuggire via ignoto, verso mète sconosciute…

Voglio l’oblio della normalità, voglio il fumo d’hashish dei conti che quadrano, voglio pagine intonse da sfogliare…

Ho sete di benefica calma…

La benzina per la mia vita  è (temporaneamente) esaurita…

Il cartello cigola ozioso al vento… Chiuso… Mi siedo, sul marciapiedi ad aspettare…

Stanchezza

Piangermi addosso, non é mai stato un esercizio che mi sia piaciuto fare.

Non serve a nulla. Non porta a nulla. I vittimisti sono persone vuote che hanno bisogno della presenza altrui per sentirsi vive: i vittimisti sono incapaci di vivere da soli. Semplicemente dipendono dagli altri. Io non sono un vittimista. Perché so stare solo.

Non voglio piangermi addosso, allora, ma sfogarmi di troppi, tanti mesi, vissuti sul filo del rasoio, cercando un equilibrio impossibile, perché materialmente instabile. E’ proprio come il concetto di equilibrio stabile e instabile in fisica: la famosa pallina sulla cima della convessità é in equilibrio instabile, perché basta un infinitesima perturbazione perché cada giù; la stessa pallina sul fondo della convessità, invece, é sempre in equilibrio stabile: qualsiasi perturbazione che ne modifichi lo stato, lei tornerà sempre al suo punto di equilibrio.

Paradossalmente, ho rincorso un equilibrio sulla cima della convessità, spendendo infinite energie per mantenerlo innaturalmente stabile.

Ho rincorso sogni, realtà irreali. E a poco basta dire che non sono stato il solo, che le cose si fanno sempre in due: tu, hai partecipato di persona fino a ieri a questa folle emorragia di energie, e non puoi nasconderti dietro ad un dito… Ma, come si fanno in due le cose, avrei potuto tirarmi indietro e fermarmi prima e lasciare che il tuo perenne moto caotico, non intaccasse un mio nuovo equilibrio stabile che mai, finora, si é verificato. Errore mio.

E’ sopraggiunta la stanchezza. Forse. O forse é semplice sconforto, al vedere che gira e rigira, non esiste alcuna volontà di superare delle difficoltà che, in fondo, non hanno ragione d’esistere.

Ma, forse, come sostiene qualcuno, il problema si può risolvere solo se ha una soluzione. Se una soluzione non c’é, il problema, semplicemente, non esiste. Ma non é possibile stabilire, tuttavia, se tutte le condizioni al contorno siano state considerate… Non é possibile neppure determinare se il problema sia indeterminabile oppure possa avere una soluzione determinata. E’ come avere davanti un sistema di equazioni a più variabili e scervellarsi per capire se, per caso, non si sia dimenticata qualche ipotesi iniziale che permetta di trovare una soluzione determinata o, se per caso, le ipotesi siano effettivamente quelle e il sistema resterà indeterminato, quindi, senza soluzione.

Ecco, alla fine, ciò che ha permeato mesi e mesi della mia vita recente. E tu, in tutto questo, non hai saputo fornire una sola spiegazione, una sola condizione al contorno valida: ti sei limitata a scompaginare, di volta in volta, il peso delle variabili e ad applicare un nuovo sistema di riferimento, portando ad un nuovo sistema di equazioni diverso dal precedente. E la storia ricominciava.

Hai parlato di “confusione”, fino all’altro giorno. E hai parlato pure di “scelte fatte”, sempre fino all’altro giorno. Hai parlato di “deliri” e hai parlato di “cose concrete”. La mattina presentavi una certa serie di condizioni, la sera la avevi già modificata, nell’arco di un fiat.

Alla fine hai scelto di non scegliere e di non assumerti alcuna responsabilità. Almeno per quel vagheggiato futuro di quando sarà.

Alla fine mi rifiuto io di seguire un ordine caotico di pensieri scoordinati. E’ tempo inutile, e in quanto inutile non esiste: e per questo non si può dargli importanza.

Rammarica che, in tutto questo, restino coinvolte figure che, forse, meritavano maggiore rispetto: in fondo non hanno colpa nel moto di tutto questo treno di pura follia, guidato da un macchinista ubriaco e gestito da un capotreno impazzito. Loro sono i passeggeri, forzati a restare a bordo: l’unica loro alternativa sarebbe gettarsi giù… Ma non é semplice neppure qui, in un sistema in continuo mutamento, determinare quali siano i punti di riferimento, sulla base dei quali descrivere il sistema e risolverlo. Quasi come se il punto di origine degli assi e gli angoli tra gli assi, invece di restare fisso, si spostasse indefinitamente in tutte le direzioni, costringendo, ogni volta a correggere il tutto per rapportarlo al nuovo riferimento. Ed in questo contesto, non é possibile neppure avere la capacità di poter tenere una direzione determinata. E’ come avere a che fare con un moto browniano studiato in un sistema di riferimento che non ha riferimenti. Di conseguenza non é semplice mantenere un atteggiamento coerente. Ci provi, ci tenti: ma la mattina, come sempre, arrivano nuove condizioni al contorno che ti fanno mutare quell’atteggiamento e l’opinione appena fomata. E la sera già sei costretto ad un nuovo aggiustamento. Gli eccessi, alla fine, inclusi quelli mortificanti di questi giorni, non sono nient’altro che conseguenze.

Sono stanco. Sono stanco della tua confusione. Dei tuoi colpi di testa. Dei tuoi cambiamenti repentini di idee. Del tuo continuo mutare atteggiamento. Del tuo continuo modificare gli equilibri non appena si stiano formando. Del tuo mutare dal giorno alla notte un’idea, un pensiero, un’opinione, un progetto. Senza neppure chiederti se si tratti di inezie tipo come si debba aprire un pacchetto di patatine o se si tratti di scelte importanti come pianificare la vita futura. Sono stanco della tua incapacità di dare il giusto peso alle parole, ai pensieri, agli argomenti che tratti. Sono stanco della tua facilità nel mancare di rispetto ai sentimenti: non solo quelli miei, ma di tutti quelli che ti vogliono bene. Tutto ciò non é serio. E ciò che non é serio non merita perdita di tempo inutile.

In fondo, il tempo inutile, quello a cui è meglio dare poca importanza, non esiste.

Adesso basta.

Fluttuare…

A volte mi capita di preferire l’isolamento al dialogo… Sono i momenti in cui, cuffie alle orecchie, isolo la mia mente dal mondo circostante, eliminando tutti i rumori e i suoni estranei e sciogliendo la mia attenzione nella musica…

Fluttuare… Alla fine la mia mente fluttua senza nessuna direzione precisa tra le onde dei suoni che inondano le mie orecchie…

Fluttuare, senza pensare, disperdere i pensieri che si arrovellano senza posa nel mare magnum delle note, chiudere gli occhi e non accettare neppure gli stimoli visivi e abbandonarsi senza remore alle melodie. E’ come navigare senza mèta, lasciando che siano le correnti a trasportarti, senza che nessuno pensi al timone.

In certi momenti è come una droga necessaria per non farmi sommergere da tante emozioni negative.

E’ come iniziare un viaggio onirico, un sognare ad occhi aperti tutto ciò che la melodia sul momento suggerisce, in un susseguirsi senza senso di immagini ed emozioni.

Serve, sì. Soprattutto quando tenti di fare il tuo meglio senza successo, quando ottieni ciò che vuoi ma non é quel che ti serve, quando ti senti stanco, ma non riesci a dormire, respinto sempre all’indietro… Quando le lacrime rigano il tuo viso, quando perdi qualcosa di insostituibile, quando ami qualcuno, ma tutto và male: cosa potrebbe essere peggio? … Sogni le luci che ti guideranno verso casa, accendendoti dentro ed io proverò a prendermi cura di te…*

Si, serve a capire che non sempre posso risolvere i problemi delle persone a cui voglio bene, serve a capire che non posso caricarmi di sensi di colpa per ciò che non potrei fare, perché sarebbe senza senso. Serve a capire che é meglio così, che ci sono momenti in cui é meglio che lasci camminare sulle proprie incerte gambe chi voglio bene, perché é il migliore insegnamento che possa ricevere. Serve a capire che non stò abbandonando nessuno, ma che stò solo facendo il mio fottuto dovere nei suoi confronti…

* (libera traduzione e adattamento di Fix You – Coldplay – X & Y)

Il giocattolo fuori posto

C’é qualcosa che ti appare illogico in tutte quelle lucine accese, quei diagrammi e quei bip che il tuo corpo genera, trasmettendo i suoi impulsi vitali a quella scatoletta bianca che sembra un giocattolo.

E’ illogico, perché quelle lucine e quei bip, sembrano fuoriusciti da un film di fantascienza, dove azione e fantasia ti trasportano verso lidi lontani dell’immaginazione. Sembrano i bip di quelle macchinine con le lucette con cui giocavo da piccolo. E quel monitor ricorda quello di un videogioco o di un sintetizzatore elettronico.

E invece non é un film di fantascienza, ma la cruda realtà di una macchina che emetterà una sentenza su di te e il tuo cuore che dà i numeri.

Quando, dopo ore, mi staccano tutto, guardo il dottore e gli chiedo: “Allora? E’ qualcosa di grave?”. “No.” dice lui con uno sguardo da padre “Il tuo cuore é forte. E’ la tua testa che non va e lo fa lavorare male. Dovresti avere più rispetto per lui!”. “Allora é grave…”, gli ribatto, con rassegnazione.

Mentre esco fuori, all’aria fresca, finalmente lontano da quel coro di gemiti e lamenti che é la sala osservzione del pronto soccorso, piego i fogli che mi ha dato il cardiologo e li ripongo in tasca. Respiro profondamente, una, due, tre volte. Fa caldo fuori, ma dentro di me sento freddo. E mi accorgo che é paura. Paura cieca.

inispirazione

Non credo che la lingua italiana comprenda un simile termine che tuttavia, per me, ha una resa onomatopeica esaustiva.
Sono giorni che non posto. Proprio non ci riesco. Forse é la mancanza di ogni sorta di equilibrio, o, forse, più probabilmente, solo un evolversi di tante situazioni che mi lasciano perplesso, molto perplesso. E che non riesco a commentare/valutare/digerire corettamente/comprendere del tutto.
Certo non si può pretendere tutto. Non si possono avere il sole e la notte insieme. Come non si può cercare di entrare a tutti i costi nella testa di chi vuoi bene, tentando di capire se, quel suono che produce percuotendola, sia di acqua o di materia grigia viva. E non voglio neppure tentare di entrare nella mia testa per cercare di capire il perché di tante mie sensazioni e reazioni inconscie così contrastanti. Mi lascio andare, senza pensare, ciò che arriva sul momento lo prendo o lo lascio a seconda di un’ispirazione consapevolmente irrazionale.
C’é chi si aggrappa disperatamente ad una parvenza di normalità, in fuga dall’anormalità di altre situazioni inconcepibili che fanno parte della sua vita e finisce col ritrovarsi tra le mani altri problemi che non fanno altro che aggravare il peso di quelli già esistenti. Problemi utili? O perfettamente inutili, in quanto tali? Bella domanda.
C’é chi preferisce guardare in faccia la realtà, affrontarla a spada tratta subendone tutte le conseguenze del caso. Cuore impavido, mente elettrica, fegato robusto, a testa bassa: mi piego, ma non mi spezzo.
Chissà se questa sia la via.
C’é chi fa della solitudine un dramma. C’é chi sa farne un’amica fidata: come dice il proverbio, meglio soli che male accompagnati. E pure qui, chissà quale sia la via…
Non so, non mi pongo domande su questa sorta di filosofia. Ho i miei punti cardine: il mio incrollabile ottimismo, il mio guardare il bicchiere ammezzato come sempre pieno, i miei sbalzi di umore che mi fanno sentire vivo, la mia vita passata e tutte le esperienze che l’hanno contrassegnata, gli errori commessi, gli insegnamenti tratti, quelli futuri e gli insegnamenti che ne trarrò. Sono solo, nella mia vita di questi giorni caotici e privi di forma. E solo affronto la vita, ma non mi sgomento, perché non ho paura, soprattutto se penso a tutte quelle persone che hanno segnato la mia vita nel bene e nel male, che mi hanno dato tanto nel bene e nel male e che mi hanno fatto diventare ciò che sono adesso, nel bene e nel male…
A loro, dedico questa bellissima canzone che ho avuto il piacere di ascoltare dal vivo, in un concerto che definire energia pura é riduttivo… A loro, tutte loro, quelle che son passate e poi sparite, quelle che ancora mi dicono ti voglio bene, quelle che ancora mi dicono ti odio e chi fa ancora parte dei miei giorni…
Le forze della natura si concentrano in te, che sei una roccia, sei una pianta, sei un uragano.

Spesso, l’ispirazione per scrivere arriva nei momenti più impensabili. Magari quando hai qualcos’altro per la testa e non pensi neppure minimamente a scrivere qualcosa.

Eppure, non appena sedutomi davanti al monitor, l’istinto mi ha portato ad aprire l’editor e a buttare giù queste due righe.

Due righe apatiche… Come mi sento io in questi giorni, forse da troppi. E’ un periodo talmente monotono che le giornate si susseguono tutte uguali, senza soluzione di continuità, senza differenza tra i giorni feriali e il sabato e la domenica. Ecco, l’ispirazione mi é venuta proprio da questo: poco fa non ricordavo che giorno fosse oggi. Ci ho dovuto pensar su e concludere che le giornate di questo periodo sono tutte uguali.

Forse la sera cambia qualcosa, ma non riesco a vivere le cose da protagonista, ma da spettatore. Anche se sono io ad agire in fondo. Eppure non mi cambia nulla. Uscire, non uscire, conoscere gente nuova, provare qualcosa di nuovo o ubriacarmi come l’altra sera, da non sapere come fare per mettere una gamba davanti all’altra.

Sono apatico. All’inverosimile apatico. E non mi sposta nulla da quest’apatia. Neppure litigare ferocemente con chi, con gran faccia tosta, pretende da me ciò che non può più pretendere da tempo, salvo poi agire con la più totale mancanza di rispetto e non solo nei miei confronti, ma pure di chi ha accanto… Neppure ridere e scherzare come ho fatto oggi con una donna conosciuta per caso e con cui ho condiviso delle ore spassose nonostante il lavoro: battute, frizzi e lazzi. Neppure trovarmi tra le mani una situazione esplosiva che si chiama codice rosso con un infarto in corso e una vita completamente nelle mie mani, come l’altra mattina. Neppure ubriacarmi e perdere completamente la testa. Neppure leggere, neppure vedere un film, neppure passeggiare o correre… Neppure giocare con Ben, mio inseparabile ed affettuosissimo compagno… Alla fine… Sempre il vuoto. Un vuoto insondabile. E senza fine.

Io lo so che, alla fine, questo vuoto finirà, come sempre é finito in passato… E che tornerà il sorriso e la voglia di fare casino come non mai. E’ sempre stato così… Lo sarà anche stavolta.

Ma non augurerò mai a nessuno, neppure al mio peggior nemico, di passare dei giorni così devastanti…

(i commenti sono disattivati: non voglio leggerne e non ne ho bisogno)

Il biglietto per il mondo

🙂

Inizio questo post con un sorriso. Perché il cuore sorride. Sorride per certe belle novità apprese. E sorride perché é abituato a voler bene e non riesce ad odiare.

Abbiamo due modi di reagire completamente differenti. Tu odi la solitudine e ti terrorizza l’idea di restare da sola. Io la coltivo, perché mi piace ripartire da me stesso per affrontare la vita a testa alta, come mi é sempre piaciuto fare. Sono due modi di fare diversi, ma, in fondo, il contenuto non cambia: ed é andare avanti e guardare al domani col disincanto di chi, il domani, lo aspetta vivendo il presente nel migliore dei modi.

Sorrido nel vederti finalmente serena. E’ uno stimolo in più nel dirmi che é stata la scelta giusta, quella fatta. Ed é un modo per capire che siamo capaci, tutti e due, di saper andare oltre le comuni miserie della natura umana. Che se qualcosa di bello esiste, lo sappiamo apprezzare, senza tornaconti personali.

In tanti anni, il mio unico cruccio era che tu potessi andare avanti, pur con tutti gli impedimenti che ti hanno ostacolata. Tante volte te ne sei andata sbattendo la porta. Ma non hai mai avuto il coraggio di dire sul serio “no!”, fino in fondo, a ciò in cui realmente credi.

Tra un pò raggiungerai quel traguardo per il quale hai lottato e che, spesso, temevo che non si realizzasse. Sarò con te, pure in quei momenti, a godere della tua meritata vittoria. E sono contento del fatto che quello sarà uno degli ultimissimi passi che ti porteranno a staccare il biglietto per il mondo. La realizzazione dei tuoi sogni e di te stessa.

A chi, come me, ha già realizzato tante delle sue aspirazioni, questo non può che fare un piacere immenso. Soprattutto se la persona interessata é una delle pochissime persone che io stimi realmente. Sono abbastanza “vecchio” per saper apprezzare non solo l’entusiasmo, ma anche tutto il resto. 🙂

Sorride il cuore, anche perché, in questi giorni, ho visto che ho ancora energie da vendere, che valgo tanto, che credere in me stesso mi da ancora tutti gli stimoli necessari per saper apprezzare la vita, pur dopo parecchie batoste subite. Non ho bisogno di apparire, come mai ho fatto nella mia vita. E con umiltà e perseveranza riesco a realizzare. Poco o tanto, non importa: realizzo, é questo ciò che conta!
Quella paura che mi attanagliava, alla fine di una lunga parte della nostra vita passata insieme, non c’é più. Ho superato me stesso, ancora una volta. Il mio biglietto per il mondo io l’ho già staccato e con l’entusiasmo di una nuova fase della mia vita, lo affronto con animo sereno.

Non mi pento di nulla. Sono cosciente che tutto ciò che andava fatto, l’ho fatto. Adesso ne vedo i frutti, finalmente. E posso dirti, senza alcuna remora, buon viaggio: il mondo ti aspetta con nuove sfide, e nuove vittorie.

🙂

(pensieri tra me e me) in ordine sparso

pensieri trascritti nel corso della giornata…

“Allora, riepilogando, se ho ben capito il calendario del lavoro é questo – scusa, un attimo, do fuoco al telefonino e finiamo il discorso: Pronto?” “Salve sono Sonia del Regno Verde, le volevo proprorre…” “Mi perdoni, Sonia, non mi interessano le sue cremine per le rughe, ma le do il nominativo di una persona che potrebbe essere interessata, Silvio Berlusconi.” -clic- “Quindi, il calendario, dicevamo…”

Oggi é proprio una bella giornata… Quasi quasi mando tutto a puttane, prendo Ben e vado al mare…

Sai cosa mi stà mancando più di tutto? Non l’intimità, non le coccole, non il sesso, non le serate passate insieme dopo una giornata di lavoro. Non ci crederai. Sai cosa mi manca? Fare la spesa con te. Non chiedermi il perché. E’ illogico, sconclusionato, apparentemente materiale, però mi manca. Girare per negozi con te, riempire il carrello di sciocchezze, provare un vestito, confrontare i pareri su un colore o su un modello, criticare una scarpa, cercare un libro, mi manca da matti… Forse era uno dei nostri momenti creativi?

Ma dico io, questo mi spunta da una settimana la mattina col latte e caffé nella bottiglietta di plastica della minerale da mezzo litro, i biscotti e me li mangia davanti nell’ufficio? Per non pagare 60 centesimi di cornetto? Ma poi, perché non mangia a casa? Ora si é apparecchiato la scrivania… Maria cchi fetu! Ma che cazzo stà mangiando? Peperoni e pesce? Ma guardalo lì come si affetta il pane… Stò grezzo… E mi rumpi i cugghiuna con l’educazione? Ah, bestia! Un altro giorno nella stessa stanza e questo, io, lo suicido… Non lo tollero più.

“Yes, as you wish” as you wish il cazzo: sei solo un coglione con dei gradi, col cazzo che te lo faccio stò lavoro.

Questo cane é meraviglioso: come ha fatto a rinunciarci? Mah… Cazzi suoi, non la prendo certo con la pistola. Quano vuole, sa dove trovarlo.

“L’hai letta questa?” “Cosa?” “Guarda qui: ex moglie morde il pene al marito; operato d’urgenza ora stà bene…” Cazzo, meno male che non sono sposato…

Però… Al mare Ben potrei portarcelo per pasquetta… Quando viene? Il 24. Però… il 25 lei si laurea. Però che stronzi, le hanno piazzato il giorno della laurea dopo pasquetta… Sadismo allo stato puro…

Carino stò blog… Vediamo… Uhm… Certo che quando uno legge post così può solo cadere malato di melanconia. Madonna mia ma che merda: ma la gente non é mai felice? Tutti a scrivere di dispiaceri, tristezza e malinconia??

Minchia che sonno.

In questi giorni devo andare al cinema. C’é un po di roba interessante in giro.–

Vivo alla giornata quello che viene, compresa qualche ora di sesso facile con una emerita sconosciuta, che mi ha lasciato un vuoto pazzesco. Stò diventando troppo vecchio per tornare a fare il cretino? No… Ammettilo, Michele, la verità é che non vuoi staccare i contatti con lei. Si però… Però niente… E’ vero. Sei proprio un pirla Michele…

Porc… Questa qui si che ha un culo da urlo. Vediamo se é carina? Minchia, bedda matrix: cesame modello ufficio comunale!

Vediamo i commenti… E questo chi é? Ma guardala, ora fa pure la civetta. Mah…

Se dio vuole il corso é finito… Però, é stato un successo. Stavolta posso farmi i complimenti.

Ora le scrivo che… Michele, ma perché non ti fai i cazzi tuoi e la lasci stare?

Vediamo… Mi scoccia chiamarla… Uff… Però domenica sera le avevo detto che mi sarei fatto sentire… Vabbuò. Ma ne vale la pena? Non é che mi convinca più di tanto… Magari si mette in testa chissacché. Boh… Io lascio perdere. Non la chiamo. Se chiama lei, si vedrà.

Quello dev’essere un pò testa di cazzo. Più che ci penso e più che me ne convinco. Mah… Vofanculu… Dica quello che gli pare. Ma perché mi stresso la vita?

Stò libro… Boh, bello é bello , ma non mi convince, c’é qualcosa che non mi torna. Non riesco a capire cosa. Certo é deprimente, ci sono un pò troppi paralleli con me e C., troppi deja vu. Forse é questo che non va. Mi innervosisce, anziché distrarmi. Forse é meglio che lo metta di lato. Và…

Minchia che sonno.

La solita giornata stressogena: cazzo ho ripreso a fumare…