Eppure…

Sai, quelle volte in cui ti fermi a pensare… Quegli stimoli che ti giungono da un’immagine, una serie di parole, come impulsi che accendono interruttori e la mente si ritrova immersa nell’oceano delle sensazioni.

Che talmente è inebriante che già ora mi sono dimenticato per quale motivo sono qui a scrivere questo post.

Avrei mille  e mille cose da dirti e altre mille e poi mille da raccontarti. Per ore e ore e giorni e settimane. Tutte le parole di un lungo stralcio di vita immagazzinate e compresse che si riversano come un fiume in piena.

Mi domando il perché pensi ad una cosa del genere, quando poi, in fondo, la comunicazione era ridotta ai minimi termini e ciò che veniva detto avveniva solo attraverso gesti, immagini, dettagli, espressioni.

Il suono della chiacchiera fine a sé stessa perso e dimenticato, trasformato in un palpitare di emozioni vissute nel guardare e nel leggere con i nostri occhi, nell’ascoltare con le nostre orecchie, nell’annusare con i nostri nasi, nel toccare con le nostre mani, nel gustare con le nostre lingue, nella semplice essenza del vivere ed esserci nello stesso momento, le stesse identiche cose io e te.

Stop.

Sarà per questo che reagisco in questo modo nel vedere le immagini dell’Atlantic Road in Norvegia o nell’ascoltare una canzone di Imogen Heap o nel cogliere una citazione di Queneau. Vivendo una strana sensazione, a metà tra il disagio di non capirne il senso proprio e la malinconia di quando sovvengono i ricordi di quando ero bambino, di realtà che non esistono più e che sai che ti rendevano felice senza necessariamente saperne il perché. In fondo, che cazzo puoi saperne dei perché e dei percome quando sei bambino? Non te lo chiedi e stop: vivi e godi senza domande.

A volte penso che sia tutto cristallizzato un mondo che è rimasto museo dentro me stesso. Dal quale passare ogni tanto, cogliere qualche piccolo dettaglio, riesaminarlo, riporlo con cura, in un esercizio fine a sé stesso, che so già non porterà mai da nessuna parte.

Forse è per questo che non sono attratto dall’evoluzione delle cose: non mi capita quasi mai.  Che diamine, eppure… Eppure ancora la morte non ha bussato alle nostre porte per chiedere il dazio su una vita. In fondo perché mai non dovrebbe esistere quello stimolo che ti porta a esplorare e a conoscere quelle cose nuove che fanno parte della tua vita. A cogliere quei piccoli aspetti e quegli infinitesimi dettagli pesati tra una parola e una virgola che ti comunicano il significato nascosto che non trovi leggendo banalmente le parole di color nero sul bianco del foglio, così come sono disposte. Che poi, magari, non significano nulla e appaiono come un’illogica sintesi di pensieri in disordine. E finanche le immagini di un mondo a colori colto in dettagli che non vedi che con gli occhi delle sensazioni, perché non apprezzare, magari sulle note di quei pezzi che non fan parte del comune ciarpame da hit, ma che provengono da un mondo semplicemente contro per non essere allineato.

Bah…  Niente, nulla. Nessuna propensione. Tranne quei rari casi in cui, per un vizioso circolo di parole capita di sbirciare velocemente, leggere e trovarsi a intellegere stati d’animo senza il supporto di perché e percome che, stringi stringi, non importa conoscere. Nessuna voglia di conoscere le cause, solo quella di, in qualche modo, assaporarne gli effetti, come quando sorseggi un nettare rosso che accende mille sensazioni, senza chiederti come sia arrivato in quella bottiglia.

Empaticamente assorbo.

E poi richiudo la porta alle mie spalle.