Nessuna bandiera

Parigi è una città che adoro, che raggiungo ogni volta sia possibile, in cui tornerei e ritornerei senza mai annoiarmi.

Ma non metterò una bandiera francese sul mio profilo, dopo la strage del 13 novembre.

Perché per me non ci sono morti che siano più uguali di altri morti.

Perché per me esistono persone che muoiono ovunque nel mondo, ogni giorno, per violenza, per fame, per malattie, per guerra, per odio, per disperazione.

E tutte queste persone hanno la stessa identica dignità dei 129 morti francesi. Meritano la stessa identica memoria. Meritano la stessa identica necessità di scandalizzarsi. Meritano la stessa identica sensazione di raccapriccio. Meritano lo stesso identico rispetto.

Non metterò una bandiera per ricordare solo quei morti di Parigi. Perché il mio compito, il compito di ogni persona libera di questo mondo è di ricordare tutti i morti di questo mondo.

Non posso scandalizzarmi per le morti in casa e ignorare le morti che per le stesse identiche ragioni avvengono in tutto il resto del mondo. Perché pure quei morti erano persone, come me, come noi, con pensieri, sogni, aspirazioni, una vita e la voglia di viverla.

Non metterò una bandiera francese sul mio profilo per puro rispetto. Anche di quei morti francesi, morti senza colpa alcuna. I morti non hanno colore, non hanno bandiera. I morti son morti e per ogni morte che avviene, in qualsiasi angolo del mondo avvenga, abbiamo solo subito una sconfitta: questo mondo ha bisogno di pace, di pari diritti e dignità.

Sono ateo, ma mi sento molto meno ipocrita di tanti bravi cristiani che guardano in casa propria e non ascoltano le grida che giungono dal mondo esterno. Parafrasando un testo caro ai cristiani, avremmo tutti bisogno di aprire gli occhi, di non guardare solo alla pagliuzza nell’occhio del nostro fratello, ma di rimuovere la trave che occulta la nostra vista.

 

Nevrosi Isterica

E poi, arriva il momento in cui ti arrendi, che tutta la tua esperienza non ti serve, che quella montagna non puoi scalarla da solo stavolta…
Capita… Resti fermo come un sasso: guardi e riguardi, studi e valuti, immobile, in silenzio, gli occhi fissi su quella parete che già più volte ti ha ricacciato in fondo.
Respiri, sospiri… Getti via l’aria e volti le spalle…

Trillulina trillulà

Quando ti ho vista per la prima volta, in mezzo alle altre tue sette sorelle, quella fine di aprile tra i monti di Sperlinga, pensai “Spenta, solitaria, bellina, ma niente di che… ‘n can’i mannara, ca pari na pecora”.

Poi detti retta a chi in te aveva creduto a prima vista e non posso far altro che ringraziarla, per averti fatto entrare nelle nostre vite.

Sei stata un tornado dalle mille emozioni: le arrabbiature che davi quando ne combinavi una delle tue, la tenerezza dei tuoi occhi quando ti mettevi in un cantuccio dopo un rimprovero, l’attaccamento al tuo fratellone più grande che seguivi passo passo e che stuzzicavi senza posa, la codina che si muoveva all’impazzata quando ti guardavamo e tu capivi felice che stavamo parlando con te, le slinguazzate con cui lavavi i nostri visi quando mostravi gioia e affetto come il presentarti sempre a zampe all’aria in attesa di tante carezze sul pancino e per dirci a tuo modo e allegra che ci volevi bene, la ruffianeria con cui elemosinavi il mangiare mentre eravamo a tavola presentando la zampa sollevata, il tuo buffo ringhiare contro gli estranei, il tuo senso di branco, la tua infinita dolcezza con cui ricambiavi le risposte alle tue voglie di contatto, perché non volevi mai stare sola: quante volte abbandonavi il tuo capino nella mia mano e ti lasciavi carezzare a occhi chiusi, appagata e contenta.

Mi sono innamorato di te giorno dopo giorno, tra tanta pazienza che andava via nelle tue mille monellerie e il cuore che si scioglieva davanti al tuo sguardo, che muoveva subito al perdono e alle coccole. Ero orgoglioso di te, perché dopo tante arrabbiature eri diventata bravissima: una cagnolina grande, nonostante i tuoi nove mesuzzi, che aveva imparato a fare le sue cose fuori, che sapeva aspettare paziente per uscire, che aveva trovato i suoi spazi tra le quattro pareti di un appartamento da condividere con un cagnone più grande e burbero, che aveva imparato ad accoglierti e a proteggerti… E che adesso ti cerca e ti cerca e il magone più grande che ci prende cercando di distrarlo e di fargli far altro.

Sei andata via dall’oggi al domani, lasciando un vuoto che strazia il cuore, senza un perché, con la rabbia immensa per l’impotenza di non averti potuto salvare…

Il ricordo della tua ultima notte che mi si presenta sempre è quando, nonostante fossi senza forze e ti reggessi faticosissimamente in piedi, hai fatto quei quattro passi sull’erba, incoraggiata da me, per fare la tua ultima pipì su quel prato che avevi tanto amato e che ti ha cagionato una morte subdola, nascosta in una bustina apparentemente innocua… Nonostante tutto sei stata coraggiosa e caparbia fino all’ultimo. Come quando sei poi rientrata a casa in braccio a me, ti ho poggiata sulle tue zampine e tu, passetto dopo passetto, sei arrivata fino in camera, dove il tuo fratellone e la tua mamma ti aspettavano, fermandoti col capino basso, in attesa che qualcuno ti sollevasse e ti mettesse al calduccio. Un’immagine struggente di tenerezza, di coraggio, di orgoglio: c’è tutto di te in quell’immagine. E ancora l’istante in cui ti sei sollevata sulle tue zampe da sola, ci hai guardato tutti intorno a te, come per darci l’ultimo saluto e per dirci “io ci sono: vi voglio bene!”. E qualche minuto dopo sei volata via, silenziosa…

Testona, caparbia, affettuosa, festosa, allegra, giocosa, disastrino, esuberante, coraggiosa… Fino all’ultimo istante in cui ho chiuso i tuoi meravigliosi dolcissimi occhi volevi esserci, testardamente, per dirci che ci volevi bene.

Ho lasciato il tuo collare assieme a te, nel piccolo letto di terra in cui riposi: se ci vedi da qualche parte adesso, forse lo indosserai e ti ricorderai di noi, di me, della tua mamma adottiva e del tuo fratellone peloso, mentre corri felice e arruffona come sempre…

Ciao trillullina trillulà, ciao patata, ti porteremo con noi con l’immenso senso di gratitudine per la gioia che hai portato nelle nostre vite.

Laila, 5 febbraio 2013, 9 novembre 2013.

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Sic transit gloria mundi…

Mi ero ripromesso di scriverlo, non appena si fosse verificato il definitivo tracollo di questa congrega di lestofanti chiamata governo.
E soprattutto il tracollo di chi la ha guidata questa congrega.
Squallido spettacolo di sudiciume e lercia bassezza umana: in 38 anni di vita non ho mai visto uno schifo simile. Eppure, vengo dai tempi della famigerata Prima Repubblica…
Ma mai, prima di adesso, nei 65 anni di vita della nostra Repubblica, una persona era stata in grado di rovinare e di sconquassare, come è avvenuto, il nostro Paese, di ridurlo sul lastrico, metterlo alla berlina nel consesso mondiale, umiliarlo come questo essere è riuscito a fare…
I libri di storia parlano chiaro, come pure i ricordi degli anziani.
Squallore fino alla fine, svergognatezza infinita, irresponsabilità patologica, scelleratezza e la cocente umiliazione di un Popolo che, per quanto coglione (qualcuno, del resto, li ha votati ‘sti qui), non meritava un simile affronto e non meritava di essere portato alla rovina.
Tre anni di insipida inconcludenza: spesi, con la maggioranza assoluta a disposizione, a non riuscire a varare neppure uno straccio di riforma, neppure quelle “riforme” che avrebbero dovuto salvare il deretano del gran capo dalle sozzerie di cui è accusato. Tre anni di sfacciata esibizione del potere senza se e senza ma: qui comando io, il parlamento è ai miei piedi, la democrazia solo un mero titolo di facciata. Spadroneggio e faccio i miei affari (sporchi) ovunque. E mi copro le spalle gridando sempre al lupo al lupo…
Peccato che il lupo non esistesse… Almeno quel lupo.
E nel frattempo il nostro Paese andava alla rovina, inesorabilmente, ineluttabilmente.
La colpa maggiore che posso caricare a questo spregevole esempio di debosciata tirannide da operetta è l’assoluto immobilismo nei confronti di una crisi che alla fine ci sta travolgendo e che costerà lacrime e sangue per milioni di persone.
Pagheremo noi per lei, caro EX presidente del consiglio: pagheremo noi per i suoi errori, per la sua disonesta inefficienza, per la sua colpevole inerzia e inazione, per le sue bugie, per la sua truffa continua.
Ieri ho accolto i risultati del voto che sancivano la sua definitiva caduta senza tanto gioire.
No. Oggi non festeggio perché non c’è nulla da festeggiare: il Paese è alla rovina e ci aspettano anni di sacrifici.
E quindi, guardi, senza tanti fronzoli: ma se ne vada affanculo per sempre e ci lasci in pace.

Sapete che c’è?

C’è che siete solo delle merde.
Siete il cancro della Protesta.
Siete quelli che rovineranno sempre tutto.
Siete i buoni a nulla.
Gli inutili.
Quelli che non concluderanno mai un cazzo.
Siete i perdenti.
Siete gli stronzi che non meritano comprensione.
Voi non siete gli eredi della Contestazione, voi non siete gli eredi della Rivoluzione, siete solo dei parassiti inutili.
E la vostra fottuta violenza vi si ritorcerà per sempre contro.
Fuori dal Movimento, merde. Voi non meritate neppure di chiamarvi compagni, né antagonisti, ma solo teste di cazzo alla pari con i vostri compari fascisti: siete identici.
Geneticamente squadristi e inutilmente violenti come loro. Fino al midollo. 
O come quei poliziotti dal manganello e dalla pistola facile, che usano la divisa per mascherare la propria voglia illogica di violenza magari contro gli inermi della scuola Diaz.
Anarchici? Contestatari? Ma che cazzo ne sapete voi di Anarchia, quella con la A maiuscola? Ma non siete neppure degni di leccare i piedi a un Bakunin.
Comunisti, allora? Che vorrebbero esportare la Rivoluzione? Ma da che parte? Ma se vi vedesse Trotsky vi sputerebbe in faccia.
Affermate che state combattendo una guerra che altri hanno dichiarato.
Siete illogicamente incoerenti: violenza contro violenza.
La vostra violenza non risolverà i problemi della povera gente, ma creerà solo i presupposti per giustificare ulteriore violenza di stato, ulteriore repressione, ulteriore sfruttamento, povertà. Non vi sono bastati gli anni ’70? Non vi sono bastate le stragi di stato? No?
E dite, dite, voi che vi siete allenati in Grecia, voi che vi siete allenati in Val Susa: chi ha vinto quella guerra in quegli anni? Cosa è stato ottenuto, alla fine, per gli Operai, i Proletari, la povera gente? Quali garanzie? Quali conquiste ha portato quella guerra? Ne volete un’altra?
Non avete capito un cazzo. La vostra non è rabbia sfogata, è solo l’appagamento del piacere del sangue e della violenza.
Ma tornate nelle fogne da dove siete usciti. Vigliacchi.

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© corriere.it

Eppure…

Sai, quelle volte in cui ti fermi a pensare… Quegli stimoli che ti giungono da un’immagine, una serie di parole, come impulsi che accendono interruttori e la mente si ritrova immersa nell’oceano delle sensazioni.

Che talmente è inebriante che già ora mi sono dimenticato per quale motivo sono qui a scrivere questo post.

Avrei mille  e mille cose da dirti e altre mille e poi mille da raccontarti. Per ore e ore e giorni e settimane. Tutte le parole di un lungo stralcio di vita immagazzinate e compresse che si riversano come un fiume in piena.

Mi domando il perché pensi ad una cosa del genere, quando poi, in fondo, la comunicazione era ridotta ai minimi termini e ciò che veniva detto avveniva solo attraverso gesti, immagini, dettagli, espressioni.

Il suono della chiacchiera fine a sé stessa perso e dimenticato, trasformato in un palpitare di emozioni vissute nel guardare e nel leggere con i nostri occhi, nell’ascoltare con le nostre orecchie, nell’annusare con i nostri nasi, nel toccare con le nostre mani, nel gustare con le nostre lingue, nella semplice essenza del vivere ed esserci nello stesso momento, le stesse identiche cose io e te.

Stop.

Sarà per questo che reagisco in questo modo nel vedere le immagini dell’Atlantic Road in Norvegia o nell’ascoltare una canzone di Imogen Heap o nel cogliere una citazione di Queneau. Vivendo una strana sensazione, a metà tra il disagio di non capirne il senso proprio e la malinconia di quando sovvengono i ricordi di quando ero bambino, di realtà che non esistono più e che sai che ti rendevano felice senza necessariamente saperne il perché. In fondo, che cazzo puoi saperne dei perché e dei percome quando sei bambino? Non te lo chiedi e stop: vivi e godi senza domande.

A volte penso che sia tutto cristallizzato un mondo che è rimasto museo dentro me stesso. Dal quale passare ogni tanto, cogliere qualche piccolo dettaglio, riesaminarlo, riporlo con cura, in un esercizio fine a sé stesso, che so già non porterà mai da nessuna parte.

Forse è per questo che non sono attratto dall’evoluzione delle cose: non mi capita quasi mai.  Che diamine, eppure… Eppure ancora la morte non ha bussato alle nostre porte per chiedere il dazio su una vita. In fondo perché mai non dovrebbe esistere quello stimolo che ti porta a esplorare e a conoscere quelle cose nuove che fanno parte della tua vita. A cogliere quei piccoli aspetti e quegli infinitesimi dettagli pesati tra una parola e una virgola che ti comunicano il significato nascosto che non trovi leggendo banalmente le parole di color nero sul bianco del foglio, così come sono disposte. Che poi, magari, non significano nulla e appaiono come un’illogica sintesi di pensieri in disordine. E finanche le immagini di un mondo a colori colto in dettagli che non vedi che con gli occhi delle sensazioni, perché non apprezzare, magari sulle note di quei pezzi che non fan parte del comune ciarpame da hit, ma che provengono da un mondo semplicemente contro per non essere allineato.

Bah…  Niente, nulla. Nessuna propensione. Tranne quei rari casi in cui, per un vizioso circolo di parole capita di sbirciare velocemente, leggere e trovarsi a intellegere stati d’animo senza il supporto di perché e percome che, stringi stringi, non importa conoscere. Nessuna voglia di conoscere le cause, solo quella di, in qualche modo, assaporarne gli effetti, come quando sorseggi un nettare rosso che accende mille sensazioni, senza chiederti come sia arrivato in quella bottiglia.

Empaticamente assorbo.

E poi richiudo la porta alle mie spalle.



Certezze o inganni?

Facile è confondere il limite che divide un immenso affetto da un Amore sincero.
Quando si dice “io quella persona la amo”, cosa si sta dicendo in realtà?
Cosa porta ad avere quella certezza matematica che, effettivamente, le cose stiano come si pensino?
Si può realmente pensare che l’abitudine, la confidenza accumulatasi nel tempo in un rapporto, la certezza di esserci, possano essere ascritte ad Amore?
Perché, allora, di fronte a tanta assoluta sicurezza, si dovrebbe aver paura di un possibile nuovo? Che non comporti un nuovo sentimento, ma un altro tipo di legame… Perché mai temere che possa sconvolgere degli equilibri così definitivi?
Amore per tutta la vita… O, semplicemente, opportunismo: facile evitare di rimettersi in gioco, per timore di perdere ciò che si ha per sicuro. Facile crearsi l’alibi. Come facile fare in modo da trasformare una routine in qualcosa di diverso, di intenso. Basta inserire qualcosa di nuovo et voila, les jeux sont faits! Ed è drammatico quando, questo, lo si fa mettendo al mondo dei figli.
Allora, perché mai quel sottile senso di disagio che prende nel momento in cui si è chiamati a compiere il passo di una vita insieme da iniziare? Se tutto è a posto, se tutte le premesse ci sono, ma, allora, cosa manca? La sistemazione? La realizzazione? Perché non farlo il passo?
Stronzate.
Senza senso…
Forse rompere uno schema e immergersi in qualcosa al di fuori dei canoni è l’unica certa prova che, effettivamente, le cose siano sentite nel modo giusto e che non siano un inganno, un terribile inganno che si sta facendo a sé stessi… Meglio lanciarsi subito nel vuoto col paracadute, che schiantarsi con l’aereo… Almeno, dopo essere atterrati, se qualcosa doveva salvarsi è venuto dietro, con noi… Se no, un’enorme palla di fuoco avrà fatto la dovuta pulizia di qualcosa che non aveva ragion d’essere. O, magari, ciò che era realmente l’occasione giusta, finalmente la si è avuta… Perché rinunciarvi in nome di uno stupido timore?
Amore è ciò che resiste agli esami più duri e non sta scritto da nessuna parte che tali esami si facciano con la persona amata… E se davvero esiste, resta e torna. Più forte di prima. Cosa rara, forse, ma esiste.
Allora, perché aver paura?

Don't take offence at my innuendo – Ƿ€ɳƨɻ€ʁɨ ɖɬʂѻƦƌĮИáϮǁ